ci sono canzoni che porto particolarmente nel cuore, creep dei radiohead è una di queste.
in questo periodo sto leggendo un sacco di libri di poesia, per scriverne sul giornale, ma trovo che veramente nessuno sappia esprimere come thom yorke in questo pezzo lo smarrimento che si sperimenta quando si viene colti di sorpresa dall’amore.
la sensazione della propria totale inadeguatezza, la paura e tutto quel gigantesco tsunami emozionale.
altro che “crazy little thing called love” (tanto per citare la prima canzoncina allegrotta sul tema che mi viene in mente), per me solo il riff di chitarra di creep con quell’esitazione iniziale che si risolve in un torrente sonico, solo quella fotografa esattamente quel momento in cui si sta sull’orlo del baratro, con la paura di cadere e con la assoluta convinzione che, anche stavolta, andremo incontro all’ignoto con la spavalderia di un tamburino napoleonico sul campo di waterloo.
“I’m a weirdo”, sono una strana creatura, un freak, uno scherzo di natura di fronte alla tua perfetta bellezza, canta thom yorke, e coglie con l’essenzialità dei grandi l’essenza profonda dell’incontro e della sua capacità di riscrivere i confini del mondo.

“Il mondo è cambiato perché tu sei fatto d’avorio e d’oro. La curva delle tue labbra riscrive la storia” avevano scritto a Dorian Gray e mi pare di poter sottoscrivere questa affermazione con una certa congnizione di causa…

ovviamente si potrebbe citare catullo “Ille mi par esse deo videtur…” e tanti altri che raccontano la stessa emozione.

si potrebbe raccontare di gustav von ashembach che resta a morire di colera a venezia (non a caso sto rileggendo per l’ennesima volta thomas mann) e di tante altri esempi letterari…

quanto a me so soltanto che c’è qualcuno (si chiama cristian) che improvvisamente reso attuali tutte queste riflessioni inducendomi a sperimentare come la vita sia sempre e totalmente imprevedibile e molto più bella di quello che noi possiamo progettare…

e in quel finale “I don’t belong here” sussurrato con un filo di voce, c’è tutta l’emozione dell’inevitabile paura di riprendere le misure del mondo, di un mondo da cui abbiamo fatto di tutto per staccarci, per scomparire, diventando “subterranean homesick alien”, coltivando la nostra identità aliena come un dolce rifugio silenzioso e in penombra…

il nascondiglio è stato scovato, l’astronave è ormai inservibile per scappare e come l’alieno di “the man who fell on earth” siamo confinati senza possibilità di fuga nel pianeta dove siamo sbarcati cercando l’acqua…

l’alieno si guarda nello specchio, faticando come sempre ad associare l’immagine che vede alla propria identità, respira fingendo naturalezza, come ogni mattina, dentro di sè un freddo sottile lo pervade, la sensazione delle proprie ossa fragili, abituate ad altre gravità, diventa così palpabile che gli manca il respiro.

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